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Verso le elezioni del 13 aprile 2008, Italy

Un sito che sta nascendo velocemente sull’onda dell’assoluto bisogno di poter dire e proporre qualcosa al di fuori dei temi lanciati su televisione e grandi media dai soliti partiti, non può nel mentre della sua organizzazione omettere alcune valutazioni fondamentali riguardo l’attualità e verso quello che dovremmo fare con l’arrivo delle elezioni del 13 e 14 aprile.

Innanzitutto il dogma “la politica è fatta di persone, e non di simboli”, è irrinunciabile. Nella situazione in cui ci troviamo oggi, non possiamo certo – almeno noi giovani – andare a votare per parti politiche con un passato fallimentare. Probabilmente possiamo andare alle urne “per la persona”, sapendo la sua validità e sapendo che potrà combattere davvero per qualcosa (precisazione d’obbligo: per combattere si intende l’azione politica, non certo qualcosa che va oltre il lavoro del politico. Come leggete nel manifesto, credo fermamente che l’unico modo per decidere e cambiare le cose è quello di poter entrare nel sistema e cambiarlo da dentro, dando il buon esempio).

Verso le elezioni, ci troviamo di fronte non al “grande cambiamento” che purtroppo queste affannate parti politiche (affannate a convincerci di chissà quali svolte) vogliono farci credere, ma a un passo fondamentale della nostra politica in cui non si sceglie di stare insieme per i numeri, ma per le idee programmatiche.

Il “mea culpa” del centro – sinistra di Walter Veltroni ha smosso davvero qualcosa. Un mea culpa indiretto, ma chiaro ed evidente a tutti gli italiani: abbandonando quella sinistra massimalista fatta di soli idealismi, si è ammesso chel’Italia quando c’era Prodi è sempre stata governata con un “confilitto interno”. Un conflitto a tratti fastidioso, spesso insanabile, che ha portato a compromessi da una parte e dall’altra senza avere una reale politica di decisione. Veltroni volta pagina da uomo politico intelligente e esperto quale è, e abbandona la presunzione – quella avuta da Prodi – di poter governare un paese coi numeri, con quei 2 o 3 senatori che in virtù di compromessi continuano a sostenerti.

Silvio Berlusconi è ciò che rappresenta in parallelo Veltroni. Ha risposto positivamente formando un partito unico (anche se i maliziosi proposticano che è solo un cartello elettorale, dopo il quale Forza Italia e An tornano per conto proprio: ma sarebbe una pagliacciata che gli italiani non perdonerebbero) , ha scaricato una parte con la quale è dovuta scendere a compromessi in passato (l’Udc, nata come prosecuzione della democrazia cristiana…), e ha indirettamene ammesso l’inefficenza dei suoi governi, sempre ostaggio di compromessi parlamentari (anche se in misura decisamente minore, sia per il numero minore di forze “contrarie” all’interno, sia per il numero elevato di parlamentari e senatori di vantaggio, rispetto al governo di Prodi).

Tra i peccati originari, tra gli errori del passato di cui dobbiamo comunque tenere conto per guardare a presente e futuro, rimangono purtroppo due grosse problematiche: la legge elettorale, l’autodefinito dal centro-destra “porcellum” (dall’affermazione di Calderoli “la legge fatta da noi è una porcata”), e il sistema democratico diventato partitocratico, non più per la gente, ma per le amicizie e le relazioni interne ai partiti.

Incredibile come si sia votato una volta con una legge sbagliata, e come autolesionisticamente si rivada a votare con la stessa. E ciò, nonostante il Presidente della Repubblica avesse identificato come il cambio di legge una urgenza istituzionale per l’Italia. Il senso delle istituzioni d’altronde non è “cosa nostra”, e anche colui che aveva raccolto firme per il referendum di cambiamento della legge elettorale (cioè Fini) ha dichiarato di voler andare al voto con questa legge. E’ però, da un altro punto di vista, comprensibile come la parte politica contrapposta a quella precedente richieda le elezioni una che un governo è caduto, un governo la quale agonia iniziò dal giorno dopo le elezioni (con i litigi sulle poltrone).

Sul sistema partitocratico, le responsabilità vanno a tutti i governi precedenti, alla storia stessa della politica italiana. Una politica che consente ricandidature su ricandidature, che permette a un senatore di sedere per 7 legislature su una poltrona, che non fa sì che un cittadino che voglia fare politica possa alzarsi e farla davvero. I partiti decidono, devi entrare nel loro cuore, nel loro sistema. Ti allevano. Non è possibile avere delle proprie idee e portarle avanti così come sono. La tua ingenuità, i tuoi sogni, devono essere corrotti.

Nel sistema partitocratico inoltre tutto è contrapposizione, una parte e l’altra si detestano perché se vince l’uno occupa qualla poltrona che avresti voluto tu, e viceversa. Non c’è una effettiva volontà unidirezionale, quella data dall’etica politica, che va verso l’unico obiettivo del “bene per la società”.

In conclusione, per oggi, diciamo che si va a votare con un cambiamento avvenuto per far sì che poche parti decidano e non si creino accozzaglie di partiti che la pensano in maniera diversa (molto positivo), ma di fatto quei partiti sono sempre loro, e un cambiamento è difficile se fatto con le stesse persone che hanno fallito.

Questa è un’analisi di quelle che bisogna fare oggi per partire da zero, senza partire da preconcetti e demonizzazioni, ma capendo veramente quali siano gli elementi di disturbo per la democratizzazione italiana, e per far sì che il processo vitale della politica torni – come è natura – dalla parte dei giovani e delle prospettive future.

Tutte le risse, gli insulti, e i processi l’uno contro l’altro non ci interessano. A noi interessa l’Italia, interessano le persone, e la difesa di tutti quei valori civili dei quali tutti dovremmo essere incarnazione e buon esempio.

Federico Armeni.

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