manifesto

Ambiente, istruzione, giustizia, lavoro, solidarietà: come si possono suddividere VALORI COMUNI in diversi partiti politici? Come si può dare un colore alla giustizia? Come si può affermare che un partito politico sia dalla parte dei lavoratori, e un altro dalla parte dell’ambiente?

Da un azzeramento totale di preconcetti viziati – e viziosi – deve ripartire oggi la politica italiana.

Talmente presi nel dibattito (violento) tra parti, che si diventa tifosi e non attenti osservatori. Nella politica sono state messe al bando frasi come “abbiamo sbagliato”, “chiediamo scusa” e “non era come pensavamo” per parlare di sé stessi, e frasi come “hanno fatto bene”, “lo avremmo fatto anche noi” e “avevano ragione”, per riferirsi all’altra parte politica.

E’ scomparsa quindi l’umanità, il rapporto di scambio reciproco che ci deve essere in ogni rapporto, e che ci sforziamo di avere nella vita di tutti i giorni con gli altri. Annaffiamo i rapporti, li facciamo crescere, ci teniamo.A cosa si tiene oggi in politica?

L’approccio che c’è nella dialettica, il continuo “muro contro muro”, è solo la dimostrazione DI FATTO – una dimostrazione talmente oggettiva da lasciare all’angolo qualsiasi commento critico – che queste parti difendono a spada tratta soltanto degli interessi, e si sta ben attenti nel fornire assist a chi è avversario politico, in modo tale che se un nostro avversario fa una cosa buona non lo si plaude, ma anzi lo si critica. Una cosa che si sarebbe fatta di persona, non va bene perché l’ha fatta l’altro.

Un punto di stallo drammatico, visto che fa assolutamente mischiare le carte in tavola e non fa capire nulla al cittadino. Un sistema che non fa capire, che crea confusione, che non parla di fatto alla gente, ma solo a chi quel partito rappresenta.

 

I giovani devono farla la politica. Non si è mai visto che una persona di 30 anni non possa ambire a prendere delle decisioni, che sono parte pregnante del suo presente e del futuro, che lo riguardano. Un giovane è capace di prendere decisioni di prospettiva, perché magari – ad esempio – gli piacerebbe davvero vedere la macchina a idrogeno o le case alimentate dal sole, come vorrebbe vivere sulla sua pelle la bellezza di una metropolitana o di una grande opera pubblica. La politica vecchia non porta da nessuna parte, per natura stessa dell’essere umano: immaginatevi a 65 anni (età – tra l’altro – da considerare anche piuttosto giovane vista l’età media dei senatori italiani), e riflettete su quali potranno essere i vostri progetti e le vostre intenzioni sul futuro. L’età in cui in qualsiasi altro lavoro si sta in pensione, si pensa a cercare di allungare la propria vita curandosi e facendo qualche viaggio, ma non certo facendo chissà quali lotte di classe o di smossa sociale.

Non credo sareste interessati a quell’età ad attuare un modello di società diverso da quello con il quale siete cresciuti. Per far sì che la politica dia delle risposte per tempo, devono esserci persone che quei problemi li conoscono. Pensiamo ad esempio al precariato: come è possibile che ormai chi ha 33 anni e vive di call center da 13 anni è in quella situazione senza che nessuno se ne accorga e risponda?

I politici oggi si accorgono dei problemi sui giornali, in tv, perché quel mondo che dovrebbero cambiare nemmeno lo conoscono. I loro figli sono inseriti in chissà quale progetto ideale per starsene come un pascià tutta la vita, l’ambiente che frequentano è una campana di vetro, ove un politico viene accompagnato da un autista (che arrivi al lavoro esausto dopo un’ora di semafori e buche da evitare, no?), e ove la sera in pizzeria nemmeno paga, e non s’accorge che da un giorno a un altro la pizza costa circa 3 volte di più.

Non è un processo al politico, che, se solo ci attenessimo alle definizioni del vocabolario, è una figura non solo da rispettare e in cui credere, ma è autentico rappresentante della società.

La politica viene definita di fatto come lo strumento per far sì che tutti stiano bene, che tutti facciano quello che desiderano, all’interno di valori e regole condivise.

Quella politica insomma che faccia sì che valori come l’ambiente e il lavoro, la famiglia e la proprietà, siano difesi e in perfetta armonia l’uno con l’altro.

Se ci pensate, un ideale stupendo, meraviglioso. E un ideale al quale nell’epoca moderna eravamo finalmente arrivati, grazie alla democrazia. Ma il male purtroppo è sempre pronto ad aggredirci, anche il male che è dentro di noi, quel male che improvvisamente ci porta a costruire 10 palazzine in più al posto di un parco, perché ci entra qualche soldo in più in tasca. E così oggi viviamo di palazzine, senza spazi, senza un posto dove portare un cane o dove parcheggiare l’automobile. Almeno nelle grandi città, almeno a Roma.

Lo sviluppo può e deve essere sostenibile, l’esasperazione economica e capitalistica non conviene a nessuno. Il sistema economico è una convenzione a cui tocca dare seguito con convinzione e entusiasmo, ma con le giuste regole e rispetto per gli altri. Le regole e le leggi son nate per essere rispettate, eppure sorgono di continuo poli abitativi mal serviti da mezzi pubblici, marciapiedi in cui è impossibile la vita per i disabili, in cui non c’è spazio per degli anziani o per dei bambini. Si costruisce senza ordine, regna il caos, conta solo l’incasso. Eppure quello stesso incasso poteva essere raggiunto facendo le cose a regola. Perché diluire gli spazi, dare libertà di mobilità e DI VITA ai cittadini, costa molto meno di quello che si pensa. Ma si continua così, senza etica e senza timore per quello che sarà il futuro, il futuro prossimo.

Il manifesto politico non deve essere un manifesto idealista, e per questo credo che i soldi, l’economia, la ricchezza, lo sviluppo, siano obiettivi assolutamente da inseguire, come del resto lo si inseguono nella vita personale di ognuno. Il politico può guadagnare bene, la politica può vivere come una qualsiasi classe dirigente. Ma appunto: come una classe dirigente. Non come dei nababbi a cui tutto è permesso, in cui ognuno è libero di aprire stabilimento per l’amico, in cui ognuno può scappare da un processo laddove abbia commesso reato. Non si può accettare che un politico debba andare a lavoro con un autista. Non si può accettare che addebiti sul conto statale le sue cene. Non è accettabile che entri gratis agli eventi culturali.

Una classe dirigente può guadagnare 10-15 mila euro, ma non ha una pensione fissa dopo cinque anni di lavoro. E non ha pensioni cumulabili ad altre. L’eccesso verso cui si è portata oggi la “classe politica”, la porta a essere definita casta, una casta che, per tenersi buono “il quarto potere”, cioè la stampa, ha inserito nel sistema anch’essa. E che poi, per tenersi buoni tutti coloro coi quali era interessata a lavorare, ci ha inserito anche rami professionali come gli architetti, i notai e via dicendo. Tutti buoni, tutti felici.

La verità sta sempre nel mezzo, il comune cittadino non vuole comportarsi come hanno fatto i politici stessi, non vuole estremizzazioni, non vuole contrapposizioni, non vuole vendette. Vuole un punto di ritorno un punto in cui credere. Come dire: “confessatevi, fate dei passi indietro”. Un punto nuovo dove ripartire, dove i giovani che potranno finalmente farla la politica, non siano fuorviati dai troppi privilegi di cui è donato, che, per natura umana, lo portano a elevarsi verso un altro mondo e a dimenticare da dove è venuto. Tale ricchezza e privilegi fuorviano qualsiasi persona dai doveri, mentre il politico deve essere trattato come classe dirigente, e essere stimolato a vedere crescere la fantastica e magica azienda dello Stato e a trarne il bilancio ogni settimana, mese, anno. Non può pensare di creare 4 miliardi di debiti…

Da giovane di 25enne, ho a cuore tutti i ragazzi che in Italia vedono un futuro grigio e sporco, che vivono nell’infelicità e nell’insicurezza, che sono costretti a perdere tempo in dibattiti sociali e politici i cui temi nelle grandi democrazie sono oramai assodati. Stanco e triste nel vedere che le università si siano trasformate in vere e proprie sette in cui ci si deve organizzare per andare via. Un clima da dopoguerra, un clima da popolo emigrante che non si aveva dall’inizio del Secolo scorso. Eppure l’Italia non è sotto dominio militare, eppure il nostro Paese ha una storia culturale impressionante, che qualsiasi altro Paese del mondo può solo che invidiare, eppure l’Italia ha un clima invidiabile, posti incredibili, e le persone che da sempre hanno fatto speciale questo Paese, storicamente il più generoso e solidale.

E’ inaccettabile vedere che la risorsa prima di un Paese, cioè i giovani, siano assolutamente dimenticati. Liberi di trovare posto altrove. Liberi di essere infelici. Liberi di non credere a nulla, se non nel mito straniero. Una esterofilia che è entrata anche nella cultura, in cui qualsiasi cosa che sia italiana è out, in cui “fuori è sempre meglio”. La politica ci ha massacrato. Non se ne rendono conto i vari vecchiacci che continuano a discutere delle loro poltrone e che si ostinano ad andare in tv con sempre le stesse promesse buffe, sciocche, ridicole. Coi loro sorrisi di bronzo, coscienti del fatto che sono lì a rappresentare sempre gli stessi interessi, sempre le stesse fette di torta, economica e di potere. I giovani devono ripartire, noi dobbiamo ripartire.

Ogni generazione ha lottato per qualcosa. I nostri nonni, per la libertà. I nostri genitori, per il lavoro e la famiglia. Noi per cosa lottiamo? E l’ora di capire per cosa vogliamo lottare noi – per quelli che almeno vogliono lottare, per quelli che non decidono che l’unica scelta sia quella di “andare via”, come un coniglio impaurito da una vecchia volpe.

Nota: per lottare non si intendono certo quei ridicoli movimenti violenti e idealisti che nascono in rami sociali di dubbio spessore morale, etico e intellettuale. Si tratta della lotta civile, della lotta che di fatto ci è permessa grazie al sistema democratico vigente, e grazie alle tante caselle che possiamo smuovere se solo volessimo – appunto – lottare. La televisione e i grandi media ci hanno convinti del contrario. Sono riuscito a trasmetterci tristezza e disfattismo.

Ma cominciate a chiedervi se quella televisione e quei messaggi di continua “morte e negatività” che propone la televisione sia solo un coperchio da mettere sopra la loro pentola bollente.

Scoperchiamola. L’acqua bollente evaporerà, e non rimarrà che il vuoto di questa politica che non ci sta più rappresentando.

Sta a noi ricominciare a riempirla di contenuti e proposte, azione, sogni e prospettive.

Federico Armeni

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